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giovedì 4 febbraio 2016

L' europarlamento raddoppia i limiti di emissioni per le auto



Con pochi voti di scarto, approvata la modifica del regolamento sugli ossidi di azoto, i precursori delle polveri sottili.

 Largo alle polveri sottili, quelle che corrodono i nostri polmoni, quelle che fanno scattare la febbre da smog contro la quale ci limitiamo a prendere l’aspirina dei blocchi del traffico. Misure vere no. O, almeno, no se entrano in conflitto con le industrie che contano. Oggi l’europarlamento ha votato a strettissima maggioranza l’approvazione di una modifica del regolamento che stabilisce il tetto delle emissioni di NOx, gli ossidi di azoto che sono precursori delle polveri sottili. La dose ammessa per legge è stata generosamente raddoppiata. Le auto potranno inquinare, per gli NOx, il 110% in più di quello che era stato stabilito prima del dieselgate.

Una volta scoppiato lo scandalo sono emersi infatti i trucchi di serie, il fatto che i laboratori di omologazione dei nuovi modelli, finanziati dalle case automobilistiche, ricorrevano a ogni sorta di stratagemmi (gomme super gonfie, lubrificanti speciali, aerodinamica modificata) per far sì che dalle prove in questi ambienti ovattati, dalle caratteristiche lunari, emergessero dati ben lontani da quelli misurabili sulle strade terrestri. E naturalmente molto più confortanti.

Ora che bisogna fare sul serio, con test veri che mostrano quanto inquina realmente ogni auto, cambiano le norme. Il tetto si alza. Il regolamento europeo 715 del 2007 aveva stabilito che per i veicoli euro 6 il limite di emissione per gli ossidi di azoto (NOx) fosse di 80 milligrammi a chilometro. Il voto del Parlamento ha fatto passare la norma proposta dalla Commissione che alza i limiti per gli NOx del 110% nel periodo che va dal settembre 2017 al 31 dicembre 2018 e del 50% nel periodo successivo. Invece di respirare 80 milligrammi di NOX per ogni chilometro per ogni macchina in circolazione, l’anno prossimo ne respireremo 168.

 “La maggioranza degli europarlamentari ha fatto il gioco della parte più retriva dell’industria automobilistica, senza curarsi della salute dei cittadini che dovranno subire livelli di inquinamento sempre più alti e pericolosi”, accusa Monica Frassoni, copresidente dei Verdi europei. “È sorprendente che nella lista dei votanti a favore ci sia anche il presidente della commissione Ambiente del Parlamento europeo, la cui maggioranza si era schierata contro l’indebolimento dei limiti stabiliti”.

In aula ha prevalso il voto suggerito dai gruppi, con i popolari che hanno guidato la battaglia per alzare i limiti, mentre verdi e socialisti, con qualche eccezione, si sono opposti. “È certamente uno schiaffo all’ambiente e alla salute dei cittadini, ma è anche uno schiaffo all’idea di un’Europa vicina alle persone, capace di difendere interessi concreti e non solo percentuali sul debito”, commenta Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club. “Per restituire dignità alla politica e speranza a tutti bisogna cambiare rotta”.

Una "scelta assurda e insensata che va contro la salute dei cittadini e l'ambiente. Un vero e proprio condono che premia i furbi e non l'innovazione e la qualità". Così ha commentato il direttore generale di Legambiente, Stefano Ciafani. "In piena emergenza smog e con i livelli di inquinamento alle stelle", continua, "quello che è avvenuto è veramente assurdo, ed è solo a favore delle lobby automobilistiche".

Fonte:  repubblica.it

Il Parlamento europeo ha approvato il report Mid term review della Strategia sulla biodiversità al 2020





Le associazioni: “Una grande vittoria per la natura, un ottimo auspicio in vista del voto definitivo di aprile”. Difendere le direttive europee, rafforzarle e applicarle con rigore in tutti i Paesi dell’Unione europea. E’ quanto ha deciso oggi il Parlamento europeo approvando con 592 voti a favore (e solo 52 contro) il report Mid term review della Strategia sulla biodiversità al 2020.
Lo annunciano oggi con grande soddisfazione Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e WWF Italia che sottolineano l’importanza di questo passaggio parlamentare europeo soprattutto in vista della conclusione della Fitness Check (ossia il percorso di valutazione del loro stato di salute), sulle direttive Habitat e Uccelli che consentono di tutelare le specie e gli habitat più preziosi d’Europa, il cui voto finale è previsto al Parlamento europeo per il prossimo mese di aprile, a chiusura di un lungo percorso iniziato nella primavera del 2015.
Un voto benaugurante, quello di oggi a Strasburgo, indispensabile per permettere alla Strategia sulla biodiversità di raggiungere gli obiettivi prefissati, anche e soprattutto grazie al rafforzamento delle due direttive sulla tutela della natura.

“Siamo molto soddisfatti del risultato del voto di Strasburgo – dichiarano le associazioni  – anche se la partita delle direttive Habitat e Uccelli non è ancora del tutto chiusa. Tuttavia, possiamo dire che la strada è segnata in senso positivo: ora anche il Parlamento europeo, dopo gli 500mila cittadini europei che hanno sottoscritto l’anno scorso la petizione internazionale, è convinto che le direttive Uccelli e Habitat sono essenziali per il progetto europeo, non vanno toccate e anzi vanno applicate con pienezza e convinzione. Un successo straordinario – concludono Legambiente, Lipu e WWF Lipu - per le associazioni impegnate nella campagna #allarmenatura e per i milioni di cittadini europei che vogliono una natura più tutelata”.

lunedì 1 febbraio 2016

Europa, voto decisivo per la natura



Confermare le direttive Habitat e Uccelli e applicarle con più efficacia in tutti i Paesi membri dell’Unione Europea. 
E' quanto chiedono oggi agli europarlamentari italiani le associazioni Legambiente, Lipu e WWF alla vigilia di un importante e fondamentale voto a favore della biodiversità europea.
Domani, infatti, gli europarlamentari voteranno la relazione della Commissione per l’Ambiente, la “Mid term review” sulla Strategia per la biodiversità al 2020, che propone importanti azioni - da portare avanti sia a livello europeo che a livello nazionale - utili a raggiungere gli obiettivi della Strategia.
Nella relazione – sottolineano Lipu, Legambiente e WWF – si chiede l’attuazione piena, l’applicazione e il finanziamento delle direttive europee Uccelli e Habitat quali strumenti principali per arrestare la perdita di biodiversità entro il 2020, respingendo così l’ipotesi di una loro revisione, che porterebbe a ritardi, incertezze e problemi.

La preoccupazione per il tema del declino della biodiversità è stato manifestato in modo massiccio l’anno scorso da mezzo milione tra cittadini e aziende di tutta Europa, che hanno chiesto alla Commissione europea, grazie alla campagna internazionale #Allarmenatura,  non solo la difesa delle direttive europee Habitat e Uccelli ma anche una loro più efficace applicazione, un timore confermato nell’ottobre scorso dall’Eurobarometro dove l’80% degli europei si dichiarava preoccupato della perdita di biodiversità.
E’ dimostrato che, se correttamente applicate, le direttive europee portano grandi risultati e benefici per tutti. Basti pensare al recupero spettacolare di specie come la lince iberica, l’aquila di mare e l’orso, oltre alla salvaguardia di un grande patrimonio di biodiversità. “Ma la scarsa applicazione delle norme nazionali e in alcuni casi il sottofinanziamento – scrivono le associazioni – insieme ad altre politiche europee non amiche dell’ambiente, hanno portato al continuo declino della biodiversità in Europa”.
La stessa Commissione europea, nel 2013, nel report The Economic Benefits of the Natura 2000 Network, stimava che 200-300 miliardi di euro siano generati da rete Natura 2000 come benefici e servizi ecosistemici, e che la stessa rete e il suo indotto generino 4,5 milioni di posti di lavoro.

In vista  del voto di domani, e della conclusione del percorso di valutazione dello stato di salute delle due direttive, le associazioni chiedono agli europarlamentari di sostenere, con un voto favorevole, la relazione della Commissione per l'Ambiente, perché “una migliore applicazione e attuazione delle direttive, insieme a un finanziamento adeguato, sarebbe un bene per la natura, per i cittadini dell’Unione, per le imprese europee e per il futuro dell’Europa”.




domenica 31 gennaio 2016

LA LIGURIA POTREBBE DIMEZZARE LE EMISSIONI DI GAS SERRA



Nei prossimi 15 anni in Liguria, in termini di sola occupazione diretta, potrebbero nascere oltre 4.500 nuovi posti di lavoro dalla transizione verso un modello green e low carbon dell’economia, con particolare riguardo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica; tale sviluppo richiederebbe investimenti medi annui pari a 391 milioni di euro.
È quanto emerge dallo studio, presentato oggi a Roma, dal titolo “Liguria, proposte per un modello di sviluppo nearly zero emissions”, che il WWF ha commissionato all’ENEA per approfondire le possibilità di una transizione verso un modello basato su tecnologie e sistemi in grado di ridurre le emissioni di gas serra e, di conseguenza, l’impatto dei cambiamenti climatici - come indicato dal recente accordo di Parigi (COP21) e dagli impegni europei - ma anche di promuovere l’efficienza energetica, favorire lo sviluppo e l’innovazione del sistema produttivo e incrementare i livelli occupazionali, seguendo i principi di un’economia circolare.
Secondo lo studio, l’insieme delle proposte consentirebbe alla Liguria di ridurre di circa 6 milioni di tonnellate annue le emissioni di CO2 , di fatto dimezzando le emissioni pro-capite, portandole cioè a circa 3,6 tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2eq), rispetto alla media nazionale attuale che è di circa 7,1 tCO2eq.
“Non si tratta di un piano energetico regionale, ma dell’analisi di alcune opzioni che possono essere sviluppate e percorse da subito e avere piena attuazione nel corso di qualche decennio – sottolinea Roberto Morabito, Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali dell’ENEA -  L’obiettivo è l’individuazione di un modello di sviluppo green e low carbon che possa essere replicabile anche in altre realtà regionali e territoriali.”

“Questo studio dimostra in modo chiaro e inequivocabile – ha dichiarato Donatella Bianchi, Presidente del WWF Italia – come già oggi esistano una serie di soluzioni concrete e cantierabili che consentirebbero ad una Regione come la Liguria (ma il discorso potrebbe tranquillamente essere esteso all’intero Paese) di fare rotta verso un’economia a bassissime emissioni, capace cioè di contrastare la minaccia dei cambiamenti climatici e, allo stesso tempo, creare nuova occupazione, più durevole e sostenibile.”
Complessivamente sono state prese in considerazione oltre 30 opzioni tecnologiche e su 15 di esse è stata effettuata una valutazione degli impatti energetici, ambientali, economici ed occupazionali, arrivando ad una rosa di interventi, da poter promuovere in cinque settori strategici: fonti rinnovabili elettriche, rinnovabili termiche, accumulo elettrochimico in batterie, risparmio energetico nell’edilizia, sistema dei trasporti sostenibile.
Alcune delle opzioni individuate risultano promettenti, ma non ancora pienamente mature (ad esempio l’auto elettrica), in quanto la loro affermazione dipenderà dagli investimenti e dalle traiettorie di sviluppo internazionali. In altri casi, si tratta di tecnologie ormai mature e di sicuro sviluppo (ad esempio il fotovoltaico), ma ancora condizionate da costi e limiti organizzativi del mercato. Altre ancora sono tecnologicamente pronte (ad esempio la riqualificazione energetica ad emissioni quasi zero degli edifici), ma ostacolate da inerzie organizzative e disponibilità di accesso a capitali adeguati.
Nel campo delle fonti rinnovabili elettriche e termiche, lo studio prevede che si possano creare mediamente 2.076 nuovi posti di lavoro, di cui 737 nelle rinnovabili elettriche e 1.339 nelle rinnovabili termiche. Tale sviluppo richiederebbe investimenti medi annui pari a 166 milioni di euro, di cui 103 milioni nelle rinnovabili elettriche e 63 milioni nelle rinnovabili termiche. In questo modo, il 40% dell’attuale domanda di energia elettrica regionale sarebbe soddisfatto da fonti rinnovabili per una valore pari a circa 2,5 terawattora (TWh = 1 miliardo di chilowattora).
Un altro settore dalle grandi potenzialità è quello della riqualificazione del parco edilizio: con un investimento medio annuo di circa 209 milioni di euro si creerebbero 2.186 nuovi posti di lavoro e gli interventi realizzati su oltre 10 mila appartamenti permetterebbero di ridurre i consumi del 60% rispetto agli attuali livelli. Sull’arco temporale di 15 anni il risparmio energetico sarebbe di 71 mila tonnellate di petrolio equivalente (tep), pari a una riduzione di circa il 15% dei consumi termici residenziali.
Complessivamente, nel settore delle fonti rinnovabili e della riqualificazione energetica degli edifici si potrebbero creare, come valore medio nei 15 anni, 4.262 nuovi posti di lavoro, che salgono agli oltre 4.500 totali includendo il settore dell’accumulo elettrico.
Anche dai trasporti può arrivare un contributo rilevante, anche se di difficile quantificazione sotto l’aspetto occupazionale: prendendo in considerazione quattro tipologie di intervento, quali auto elettriche, elettrificazione delle banchine portuali, promozione del traffico pubblico locale e del trasporto ferroviario da e per i porti, si potrebbero ottenere a regime risparmi energetici di circa 310 mila tep/anno.


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WWF contrario a ipotesi di abbattimento dei lupi



Il WWF ribadisce la propria contrarietà all’ipotesi che si sta affacciando negli ultimi tempi di abbattere individui di alcune  popolazioni locali di lupo, così come previsto dal Piano d’azione nazionale della specie in via d’approvazione, ipotesi che viene giustificata dalla ricerca di un "equilibrio" tra la specie selvatica e l'attività umana. L’ultima volta se ne è parlato, ad esempio, nel corso del Convegno del progetto LIFE Wolfalps tenutosi a Cuneo lo scorso 22 gennaio, in cui i partecipanti hanno discusso tale opzione.  

E’ vero che la ricolonizzazione di aree rurali da parte del lupo può costituire un problema per gli allevatori e i cacciatori, ma l’Associazione è comunque fortemente contraria alla concessione da parte del Ministero dell’Ambiente di deroghe alle norme che proteggono la specie per la sua conservazione di lungo periodo.  Sebbene la popolazione nazionale del lupo possa essere in rapida ripresa, non esistono ancora dati scientificamente robusti sulla distribuzione ed abbondanza del carnivoro in Italia che attestino il raggiungimento di una sua condizione sicuramente favorevole nel lungo periodo. Nel Piano del Ministero si parla di due popolazioni arbitrariamente distinte, Alpina ed Appenninica, solo ai fini gestionali e, grazie ad un monitoraggio svolto secondo un protocollo condiviso dagli esperti, solo recentemente è stato confermato che sulle Alpi il lupo è ancora lungi da essere fuori pericolo. Ciò è dovuto anche al pesante impatto del bracconaggio e di altre cause di morte come  le collisioni con autoveicoli.

Abbattimenti: perché NO
Concedere  alle Regioni la possibilità di abbattere alcuni esemplari, anche se a certe condizioni,  al solo scopo di assecondare le istanze di una parte del mondo agricolo e venatorio, non solo è inaccettabile da un punto di vista di conservazione della specie ma è pericoloso anche per l’economia degli allevatori e per il contrasto al bracconaggio. D’altro canto anche gli zoologi redattori del Piano parlano di intervento senza fondamento scientifico ma, forse, socialmente utile.  Infatti, diversi recenti studi internazionali, condotti in aree dove il lupo è cacciato, confermano che  uccidere degli esemplari può comportare per i sopravvissuti, oltre alla destrutturazione del branco a cui appartengono,  anche la perdita della capacità di predare in gruppo la fauna selvatica, specie il cinghiale, con conseguente rischio di aumento degli attacchi alla fauna domestica. E’ invece indispensabile incrementare e migliorare l’attività di comunicazione sul lupo rivolta all’opinione pubblica in generale e alle comunità rurali interessate, per accrescere il grado di conoscenza e ridurre la circolazione dei tanti luoghi comuni e falsità sulla specie, che spesso godono della eco di qualche media.
Per il WWF sbaglia chi crede che, "scontentando sia chi vuole eliminare il lupo sia chi chiede che sia protetto senza se e senza ma", si sia riusciti a formulare una buona strategia di gestione.

Puntare su mix metodi coesistenza col lupo
Piuttosto  il confronto è tra chi propugna metodi letali per gestire gli effetti della  ripresa della popolazione lupina e chi, come il WWF, esclude decisamente questa opzione, promuovendo la coesistenza con i metodi ampiamente sperimentati, efficaci e che escludono l’uccisione.  Metodi  accessibili anche grazie ai fondi messi a disposizione dalla CE all’agricoltura, come: la sorveglianza del pascolo, la presenza di buoni cani da guardia di razza pastore abruzzese-maremmano, le recinzioni fisse e mobili elettrificate. Nella stragrande maggioranza la combinazione di questi strumenti possono ridurre notevolmente il rischio. E’ di fondamentali importanza però che queste soluzioni siano messe in campo in modo tecnicamente corretto e ben gestite, per essere efficaci. Dunque ricorrendo anche al supporto di specialisti biologi, naturalisti o agronomo-forestali.

Abbattimenti di Stato: un favore al bracconaggio?
Il WWF segnala che è altamente probabile che gli eventuali abbattimenti leciti possano sommarsi a quelli illegali con fucili, lacci e veleno, già ampiamente praticati, fuori controllo, e di cui non si conosce la reale consistenza,  con il rischio aggiuntivo che questi ultimi crescano in numero e diffusione, stante la legittimazione che il piano d’azione conferisce al metodo e alla posizione secondo  cui il lupo è comunque un predatore nocivo.

Per il WWF la priorità oggi è, oltre la lotta al bracconaggio, il rafforzamento delle iniziative di comunicazione, delle iniziative di prevenzione e difesa dalle predazioni, il miglioramento della gestione dell’indennizzo del danno, la lotta al vagantismo canino che  provoca forti danni ,anche all’interno delle aree protette, alla zootecnia, alla fauna selvatica e allo stesso lupo, minacciato sia dalla perdita di identità genetica per incrocio con il cane domestico, sia dalle malattie come il cimurro canino.

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